LE PAROLE PER DIRLO

LE PAROLE PER DIRLO: CONOSCERE LA VIOLENZA DI GENERE PER COMBATTERLA

Si sta concludendo il laboratorio per la decodificazione del linguaggio della violenza di genere “Le parole per dirlo”, attivato dalla prof.ssa Clementina Gabanelli nell’ambito dei percorsi didattici di Cittadinanza e Costituzione.

Noi abbiamo colto l’opportunità di partecipare: è stata un’occasione per comprendere quanto sia importante conoscere questo fenomeno, per poterlo davvero combattere.

Attraverso questo articolo, vogliamo condividere con i nostri lettori i frutti di questa esperienza.

DEFINIZIONE DEL FENOMENO E DATI

Come leggiamo nella Convenzione di Istanbul del 2011, la violenza contro le donne rappresenta un problema di proporzioni globali, una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo; la stessa Convenzione rappresenta “il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica”.

L’ONU fornisce la seguente definizione: “E’ violenza contro le donne ogni atto di violenza fondato sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione, o la privazione arbitraria delle libertà”.

Questa ingiustizia, che esiste da sempre, è ancora fortemente radicata anche ai giorni nostri: quanto tempo ancora dovremo lottare per risolvere il problema? I dati sulla violenza fisica e sessuale nei confronti delle donne mostrano un lieve miglioramento nel numero di episodi registrati negli ultimi anni.

Tuttavia, si evidenzia come essa sia cresciuta in intensità e come siano mutate le forme che può assumere. Sono infatti aumentati in modo esponenziale i casi di stalking, di violenza psicologica o economica e di molestie sul luogo di lavoro. L’abuso, fisico o sessuale, è un problema che colpisce oltre il 35% delle donne in tutto il mondo e, cosa ben più grave, nel 30% dei casi, ad infliggere la violenza è una persona di conoscenza della vittima.

Dalle ricerche emerge che il numero dei femminicidi è in aumento: dal 37% del 2018 al 49% del 2019. Il 67% delle vittime è straniero ed il 61% delle violenze è compiuto dal partner.

Si è poi notato che l’80,2% delle vittime ed il 74% dei carnefici sono italiani. In Italia, infatti, la situazione appare ancora più grave che nel resto dei Paesi europei: nell’82% dei casi, l’autore della violenza è un volto amico: o il compagno o un conoscente.

I dati hanno da poco raggiunto livelli allarmanti: ogni 72 ore in Italia viene compiuta una violenza da parte di un uomo nei confronti di una donna, 3 femminicidi su 4 avvengono in casa ed il 63% degli stupri è commesso da un ex partner.

Nel nostro Paese vi sono 88 vittime ogni giorno, ovvero una donna ogni 15 minuti. Ciò ha portato l’Italia, secondo il World Economic Forum, a posizionarsi in 82esima posizione su 144 Paesi presi in esame in fatto di uguaglianza di genere nel 2017. Tra i fattori che conducono l’Italia verso i paesi meno virtuosi troviamo: la quota di lavoro femminile, l’educazione, lo status sociale, la rappresentanza politica e le aspettative di vita.

In Italia, poi, le donne che hanno subito violenza almeno una volta nella vita sono più di 6 milioni (la popolazione di Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo messe insieme).

QUANTO E’ FACILE DENUNCIARE?

Spesso viene da pensare che la soluzione a questo grande problema sia denunciare l’artefice delle violenze.

La denuncia rappresenta però, ancora oggi, un punto critico, specialmente quando ad essere coinvolti sono anche i figli: da una parte la donna ha paura di denunciare, dall’altra si sente in colpa di non farlo. Denunciare è la soluzione? Non sempre.

«Ci fa tristezza dirlo, ma spesso chiediamo alle donne di riflettere con calma prima di scegliere di denunciare, perché con questo atto si apre il pericolo di una vittimizzazione secondaria», rivela Lella Palladino, presidente della rete Dire, che gestisce 115 centri e 55 case rifugio per donne vittime di violenza.

Spesso le donne si trovano dinanzi a magistrati, avvocati e consulenti tecnici che le rendono ancor più delle vittime. Viene messa in discussione la donna come madre.

«Si sentono in trappola. – Aggiunge Lella Palladino – Se denunciano tardi il compagno e padre violento sono considerate madri poco tutelanti, se denunciato per tutelare i propri figli sono considerate madri alienanti e i figli non vengono loro affidati. C’è un arretramento in questo senso. Anni fa non ne parlava nessuno, la violenza era difficilmente riconosciuta e riuscivamo paradossalmente a proteggere di più le donne, nonostante le minori risorse. Ora che se ne parla ed esistono strumenti normativi nuovi, la situazione è peggiorata, per le donne e per i bambini, che non vengono ascoltati. Prima dei diritti dei bambini vengono i diritti deipadri».

STEREOTIPI E MASCHILISMO

La violenza sulle donne è l’atto più estremo di una concezione maschilista della società, talmente radicata nella mentalità di ognuno, da influenzare inevitabilmente il modo di pensare e quindi di agire di ambedue i sessi.

Fatto agghiacciante è che elementi di una società prevalentemente maschilista si ritrovano in tutti i 167 paesi del mondo: secondo il National Geographic, nella classifica redatta in base al grado di emancipazione femminile nel 2019, la Norvegia si colloca al primo posto, lo Yemen all’ultimo e l’Italia al ventottesimo.

Viene naturale chiedersene il motivo.

Ebbene, innumerevoli sono le cause del maschilismo, da cui derivano stereotipi e pregiudizi nei confronti delle donne. Tra le principali ritroviamo la storia, la cultura, le tradizioni, le differenze tra fisionomia e fisiologia di uomo e donna che hanno influenzato i ruoli loro affidati all’interno della famiglia e della società, l’errata interpretazione dei Testi Sacri, la legislazione dello Stato (basti pensare al delitto d’onore, abolito in Italia solo nel 1981, oppure alla legge contro gli atti persecutori e lo stalking, introdotta solo nel 2009); a tutto ciò si aggiunge il linguaggio talvolta scorretto dei mass-media.

LAVORO E GENDER GAP

Il maschilismo provoca inevitabilmente situazioni di disparità, ponendo la donna in una posizione inferiore rispetto all’uomo, fenomeno che oggi viene definito Gender Gap.

Il campo in cui il Gender Gap appare più evidente è quello lavorativo: negli ultimi anni l’occupazione femminile in Italia è aumentata, ma i cambiamenti del mercato del lavoro mettono a rischio questi timidi progressi. La differenza tra il trattamento economico di un uomo e quello di una donna sul lavoro continua ad essere troppo rilevante.

Secondo il Gender Gap Report 2019, realizzato dall’Osservatorio JobPricing con Spring Professional, a parità di lavoro con un collega uomo, dal 2016 al 2018 la differenza retributiva è sì diminuita del 2,7%, ma resta comunque ampio il gap, che ad oggi risulta essere di 2.700 euro lordi, pari al 10% in più a favore degli uomini. Questi valori, secondo Eurostat, posizionano il Paese al 17° posto su 24 paesi per ampiezza del Gender Pay Gap (la differenza media tra la retribuzione di uomini e donne).

L’accesso delle donne ai ruoli dirigenziali, nonostante lievi miglioramenti rispetto al passato, resta ancora molto basso. Ricorrendo ai dati Istat, emerge che dal 2008 al 2018 la percentuale di dirigenti donna è passata dal 27% al 32%. Considerando solamente i dipendenti di aziende private, escludendo i dipendenti della pubblica amministrazione, la situazione peggiora: la Rilevazione Trimestrale sulle Forze Lavoro dell’Istat mostra che la percentuale di dirigenti donne è del 15%. Dal 2016 al 2018 il Gap fra i dirigenti si è ridotto del 4% mentre per le altre posizioni lavorative è rimasto in un range tra lo 0,6% e il 2,7%.

Le norme aiutano, ma non risolvono. Una donna continua a guadagnare meno di un collega maschio sia a parità di ruolo professionale, che a parità di settore d’impiego: da un’analisi statistica condotta da JobPricing emerge che, nel 77% dei casi, gli uomini hanno retribuzioni superiori alle donne e questa situazione è estesa a tutti i settori professionali. Il Gap retributivo è inoltre più alto fra i laureati che fra i non laureati.

La questione è culturale e riguarda il ruolo della donna nella società e, di conseguenza, nel mercato del lavoro. Il Gender Pay Gap nasce dall’emarginazione che le donne subiscono, a causa di un retaggio culturale e di stereotipi difficili da sradicare.

SU QUALI FATTORI E’ URGENTE INTERVENIRE PER MIGLIORARE?

Per quanto con grande fatica, la possibilità di superare questa condizione inaccettabile è sempre di più nelle mani di tutti, uomini e donne comprese.

Il fattore principale sul quale è necessario intervenire, è l‘educazione. E’ soprattutto questa la fonte della disparità di genere che spesso porta all’uso della violenza da parte dell’uomo, e che, nei casi peggiori, può trasformarsi in femminicidio.

Ad influenzare il comportamento di uomini e donne sono infatti gli ambienti in cui si cresce, le esperienze vissute, le persone che fanno o hanno fatto parte della propria vita. Tutto ciò è la causa che, nel corso della storia, ha reso miliardi di bambine, ragazze e donne vittime di violenza.

Non è quindi questa la fonte delle prepotenze sulla quale bisogna agire? Sì, l’educazione è il problema, ma, fortunatamente, anche la soluzione.

Crescendo in una società con assoluta parità di genere, durante il corso della propria vita, essa potrà essere considerata normale quotidianità e non più un’utopia. Nello specifico è necessario intervenire nel linguaggio: le donne sono costantemente oggetto di stereotipi infondati. Sono infatti diffusi proverbi come “donna al volante, pericolo costante” o “chi dice donna dice danno”.

Inoltre, per fare un esempio, una donna è considerata “per bene” solo se mantiene un comportamento sessuale monogamo, in caso contrario viene etichettata come “p*****a”. Oppure, è una “brava moglie” solo colei che si occupa dei mestieri domestici e dei bambini, altrimenti, che senso ha sposarla?

È poi da sottolineare il fatto che, per definire numerose professioni, non esiste il sostantivo femminile: la nostra lingua non prevede ministra, ingegnera, avvocatessa, presidessa o avvocata… ma è impossibile anche trovare il femminile di muratore.

Vale, ovviamente, anche il contrario: per esempio, dire “il badante” potrebbe far sorridere alcuni… ai quali consigliamo vivamente la lettura del bel romanzo “Il badante di Che Guevara” del bravo cantautore Mario Castelnuovo.

Se ci si riflette attentamente, anche la galanteria è frutto di uno stereotipo: per quale motivo un uomo dovrebbe aprire la porta oppure offrire il suo braccio in sostegno alla donna, se non con l’intento di evidenziarne una presunta fragilità?

A nostro parere, questi gesti dovrebbero essere visti come atti di gentilezza che anche una donna può compiere nei confronti dell’uomo.

Sono infiniti i modi con cui una donna e, anche se in minor parte, un uomo, vengono continuamente incasellati in stereotipi da una società profondamente maschilista.

Il problema più grande è però dato dal fatto che tali stereotipi e pregiudizi, utilizzati quotidianamente sempre da più persone, vengono profondamente consolidati nella mente dei bambini, finendo per diventare, per loro, normali.

Di conseguenza diventa sempre più difficile sradicare il problema.

È perciò l’educazione l’unica chiave per risolvere questa drammatica situazione.

Dev’essere in primo luogo la famiglia, punto di riferimento fondamentale per i bambini e le bambine, ad educare i propri figli ed a trasmettere loro la concezione della parità tra uomo e donna.

È, ad esempio, di fondamentale importanza mostrare ai figli che è compito di entrambi i genitori, e non solo della madre, occuparsi delle faccende domestiche. È poi necessario eliminare gli stereotipi che coinvolgono e limitano la libertà dei bambini stessi, come il fatto che siano solo i maschi a poter praticare sport come il calcio o le arti marziali e che solo alle femmine sia concesso giocare, ad esempio, a pallavolo.

È da poco stata attivata la campagna “Let Toys be Toys” che invita produttori, editori e punti vendita a non promuovere giochi e libri come “adatti” a maschi o femmine, ma a organizzarli piuttosto per temi e funzioni.

Un orientamento di genere che indirizzi i piccoli verso alcuni giochi piuttosto che altri può, infatti, influenzarne lo sviluppo comportamentale e condizionare le loro scelte dell’età adulta.

Il dubbio che muove il dibattito è che se le bambine sono fin da piccole indirizzate verso le corsie delle bambole e delle mini cucine, mentre i bambini prendono la strada delle costruzioni e delle macchinine, i maschi saranno incoraggiati a intraprendere corsi di studi scientifici e tecnologici, mentre le femmine saranno orientate verso materie umanistiche o verso la cura esclusiva della famiglia.

I bambini e le bambine dovrebbero essere liberi di scegliere come sviluppare la propria personalità attraverso il gioco, senza essere condizionati da preconcetti su ciò che è, secondo la società, appropriato al proprio genere.

I genitori hanno il dovere di dare pari opportunità ai propri figli e incoraggiare le loro inclinazioni, evitando di dire con disapprovazione ad una bambina che ama giocare a calcio “non fare il maschiaccio” o ad un bambino che vuole spingere la carrozzina “sembri proprio una femminuccia”.

IL COMPITO DELLA SCUOLA

Un ruolo di fondamentale importanza è poi esercitato dalla scuola: non è raro che, all’interno del nucleo famigliare, si verifichino casi di violenza da parte del padre nei confronti della madre a cui i bambini e le bambine sono costretti ad assistere o che, in certi casi, in famiglia, domini una mentalità patriarcale.

Spetta dunque anche agli insegnanti aiutare gli studenti e le studentesse a concepire l’uguaglianza dei generi, delle pari opportunità e della valorizzazione delle differenze.

L’EDUCAZIONE SOCIALE: IL RUOLO DEI MASS-MEDIA

Vi è poi l’educazione sociale: le varie professioni devono padroneggiare un’opportuna deontologia. E’ responsabilità di chi ricopre incarichi di importanza sociale non esprimersi con parole appartenenti ad una cultura maschilista.

Sono in particolare i mass-media, come la TV o i giornali, a dover per primi utilizzare termini adeguati alla divulgazione di un’idea di società in cui l’uguaglianza tra i sessi è alla base.

Alcune giornaliste e giornalisti si sono già mossi in questo senso, ed il 25 novembre 2017 hanno firmato il Manifesto di Venezia: “La carta per il rispetto e la parità di genere nell’informazione contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole ed immagini”.

In questo documento, i firmatari si impegnano a diffondere un’informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali e giuridiche.

La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità. Le giornaliste ed i giornalisti firmatari ritengono prioritario adottare un comportamento professionale consapevole, in modo tale da evitare l’utilizzo di stereotipi di genere, assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti ed alle immagini divulgate ed illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati, come quelli che avvengono nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando un corretto linguaggio di genere.

RIFLETTIAMO INSIEME

È innegabile, ormai, che la violenza di genere nei confronti delle donne abbia raggiunto, ad oggi, livelli di estrema atrocità. Risolvere questo grande problema di cui l’umanità si è macchiata è di fondamentale importanza e lo Stato Italiano è intervenuto, in questo senso, numerose volte. Esso ha infatti emanato innumerevoli leggi e convenzioni a tutela delle donne vittime di violenze e della parità in tutti gli ambiti, non solo di genere.

Ciò però non è abbastanza. È impensabile credere di poter porre fine ad un fenomeno come questo unicamente tramite mezzi giuridici. Lo dimostrano i continui casi di violenza e i femminicidi che continuano ad avvenire senza in alcun modo accennare a fermarsi.

Per frenare definitivamente i soprusi e le prepotenze è necessario intervenire nella coscienza di tutti, cominciando, in primo luogo, dall’educazione.

Solo una volta eliminati gli ideali di una società maschilista sarà possibile creare le condizioni ideali per dar origine ad una società basata sull’uguaglianza e sulla parità dei diritti di uomo e donna e, finalmente, risolvere il problema.

Vogliamo dire GRAZIE:

Alla professoressa Clementina Gabanelli, che ha organizzato il Laboratorio Le parole per dirlo, offrendoci informazioni e spunti su cui riflettere

Questo articolo è stato scritto da:

Elisa Bosio, Sara Bonetti, Andrea Brevi (tutti di IV E)

2 risposte a "LE PAROLE PER DIRLO"

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  1. Leggo con piacere questo interessante articolo! Ottimo lavoro. Complimenti ad Elisa, Sara ed Andrea che hanno partecipato, brave le colleghe Simonelli e Gabanelli che hanno affrontato questo tema!

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  2. Ottimo lavoro: scritto molto bene, ben documentato e con molteplici suggerimenti per migliorare la situazione.
    Complimenti agli allievi e alle colleghe coinvolte.
    Spero che sia il primo articolo di una lunga serie.

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