LA MEMORIA RENDE LIBERI…

Nell’ambito delle attività di cittadinanza e costituzione, noi ragazzi e ragazze delle classi 5^ e 4^ B, su proposta della professoressa Cosentino, abbiamo aderito all’iniziativa del Comune di Bergamo in collaborazione con l’ISREC e l’ANED, che offriva la possibilità di assistere allo spettacolo “Matilde e il tram di San Vittore” il 1 febbraio al Teatro Sociale in Città Alta, preceduto da un breve approfondimento sul contenuto storico dello spettacolo. Quest’ultimo, infatti, è ispirato e intende diffondere la memoria di quanto accaduto a Bergamo nell’anno 1944.

Nella nostra città, durante l’occupazione nazi-fascista,  la caserma  Umberto I, ora conosciuta come ex caserma Montelungo, diventa luogo di detenzione per 835 persone tra cui antifascisti, partigiani ed operai. Quest’ultimi erano colpevoli di aver preso parte agli scioperi organizzati nelle fabbriche del triangolo industriale del Nord Italia nel mese di marzo del 1944. È così che un luogo di Bergamo, un suo edificio, la Montelungo, diventa campo di transito.

Dal binario 1 della stazione ferroviaria di Bergamo, infatti, partiranno due convogli con destinazione Mauthausen, campo di concentramento in Austria.

Il 17 marzo 1944, con un lungo corteo, 573 prigionieri attraversano la città: giunti alla stazione vengono caricati sul “trasporto 34” che arriva a Mauthausen il 20 marzo. Erano 573, solo 116 fanno ritorno. 

Il 5 aprile 1944 parte un altro convoglio con la stessa destinazione. Stavolta sono 262 ma solo 63 di loro fanno ritorno.

Se oggi questi numeri hanno un volto e un nome lo dobbiamo alle ricerche svolte da Giuseppe Valota, figlio di un prigioniero della Montelungo, sostenuto dall’ANED e dall’ISREC.

In preparazione alla visione dello spettacolo teatrale, con la nostra professoressa, abbiamo ripercorso i fatti storici avvenuti durante la seconda guerra mondiale e cercato di comprendere come l’uomo è potuto arrivare ad uccidere milioni e milioni di persone servendosi dei lager.

Abbiamo così scoperto che l’universo concentrazionario, non era solo realtà tedesca, ma era presente anche in Italia e che sono esistite diverse tipologie di campo. Attraverso un breve lavoro di ricerca, abbiamo distinto cinque tipologie di campi presenti in Italia. 

Ne riportiamo di seguito una breve descrizione:

campo di lavoro, luogo dove i prigionieri vengono sfruttati fino allo stremo delle loro forze; 

campo di smistamento, luogo di raccolta e divisione dei prigionieri dove successivamente viene decisa la loro destinazione, come nel caso della caserma Montelungo;

campo di prigionia, struttura carceraria rivolta alla detenzione dei prigionieri militari;

campi di internamento/concentramento, adatto alla detenzione di civili e militari;

campo di sterminio, ha come unico e principale scopo quello di uccidere i prigionieri che vi giungono. Furono creati dalla Germania nazista per eliminare tutti gli ebrei presenti in Europa anche sul territorio italiano.

Dopo questo approfondimento abbiamo voluto riportare graficamente quanto appreso e perciò abbiamo realizzato delle mappe-cartoline nelle quali rappresentiamo i vari campi di internamento presenti nel nostro Paese dal 1940 al 1945.

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Dopo l’incontro con l’ISREC e l’ANED, su loro invito, abbiamo deciso di essere parte integrante nella commemorazione che si è tenuta il 27 Gennaio 2020 alla stazione ferroviaria di Bergamo, in ricordo della deportazione avvenuta durante gli anni bui della seconda guerra mondiale, occupandoci di “tradurre” in cartelloni, da esporre in stazione, la storia di alcuni degli 835 prigionieri passati per Bergamo. 

Noi ragazzi attraverso questo lungo percorso abbiamo potuto scoprire la forza, le idee, gli affetti di cinque deportati della Montelungo. Ad ognuna di queste persone abbiamo deciso di dedicare un cartellone sul quale abbiamo rappresentato, attraverso immagini, documenti, disegni o citazioni, le loro scelte e le loro storie. Nella stessa giornata abbiamo anche colto l’occasione per distribuire le nostre mappe-cartolina insieme a dei fac-simile di carte d’identità di ogni deportato politico, ideate insieme ai cartelloni, che nei “segni particolari” portava la scritta: “deportato politico”.

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Su richiesta del Comune, dell’ISREC e dell’Aned, poi, queste stesse cartoline e carte d’identità le abbiamo distribuite durante lo spettacolo “Matilde e il tram per San Vittore” sabato 1 febbraio al Teatro Sociale in Città Alta. 

È stato emozionante essere ringraziati dall’assessore alla cultura di Bergamo e dalla presidente dell’ISREC pubblicamente prima dello spettacolo davanti ad un teatro gremito di studenti e cittadini, ma ancora più emozionante è stato vedere tradotta a teatro la storia degli scioperi, degli arresti e delle deportazioni di cui ci siamo occupati. 

Del nostro lungo viaggio intorno ai fatti accaduti nella caserma Montelungo, però, ciò che vogliamo veramente condividere non sono solo i fatti storici avvenuti ma soprattutto i valori e gli ideali che ognuna delle persone di cui ci siamo occupati ci ha trasmesso. 

Ines Figini, una ragazza di 20 anni, era operaia presso la tintoria comense e partecipò allo sciopero del 6 marzo del 1944. La sera dello stesso giorno venne portata via dalla propria casa e detenuta alla caserma Montelungo; da qui partì prima per Mauthausen, poi per Auschwitz e infine per Ravensbruck.

Sopravvissuta, oggi vive la sua vita e testimonia la sua esperienza.

Di Ines ci colpisce la forza, non fisica, ma emotiva, quella forza che forse appartiene alle donne e che le ha permesso di affrontare con forza, tenacia e determinazione l’oscura realtà vissuta nei lager, luogo della malignità dell’essere umano.

Totalmente inconsapevole di ciò che l’aspettava alla fine della corsa del treno, della sua deportazione dirà: “…pensavo di andare a imparare un’altra lingua”.

Ferruccio Maruffi, di origine torinese, entrò nella resistenza nelle formazioni Garibaldi. Venne arrestato in un rastrellamento in provincia di Torino, successivamente trasferito a Bergamo il 16 marzo. Il 20 marzo arrivò a Mauthausen ma solo nel giugno del 1945 farà ritorno a casa. Di fronte a tanti che, finita la guerra ,volevano dimenticare, Ferruccio Maruffi decise invece di condividere con la società la sua storia;  collaborò alla fondazione dell’ANED di Torino e ne fu suo presidente fino alla morte nel 9 ottobre 2015. Di una tra le sue interviste ci colpisce particolarmente la frase che disse una volta rientrato in Italia: “Nel lager ho imparato a non odiare, l’odio è un sentimento che diminuisce le forze. Chi odia diventa sempre più impotente, laggiù bisognava invece mettercela tutta”.

Anche Angelo Biffi scioperò e, dopo essere transitato per i carceri di San Fedele e San Vittore a Milano, fu trasferito qui a Bergamo. Immatricolato a Mauthausen, morì nel campo di Gusen.

Di Angelo Biffi ci ha commosso il ricordo dell’incontro con la figlia nella caserma Montelungo, in particolar modo la tenerezza con cui lei ricorda quell’ultimo abbraccio che ha potuto dare al padre. Uomo solare e giovanile, di lui ricorderemo anche la speranza che traspariva nelle lettere  scritte alla moglie: “Se la fortuna mi segue, ci rivedremo ancora”. 

Cesare Corrado Lorenzi era un uomo di grandi ideali: libertà, giustizia, democrazia. 

Antifascista convinto, nei giorni di sciopero la moglie teme che lo arrestino, ma lui dice: “hanno il mio nome, hanno il mio cognome, hanno il mio indirizzo, ma non hanno la mia faccia”. Così decise di presentarsi sul posto di lavoro; qui però venne riconosciuto e arrestato.   Passò per i carceri di San Fedele e San Vittore, transitò per la stazione di Bergamo, e arrivò anche lui a Mauthausen. All’estremo delle sue forze, a causa delle dure condizioni di vita dovute affrontare nel lager, morì pochi giorni dopo la liberazione del campo.

Di lui ci colpisce la coerenza con i suoi ideali, l’antifascismo mai tradito fino all’ultimo giorno.

Anche Guido Valota, operaio a Sesto San Giovanni, fu arrestato nel marzo del 1944 per aver partecipato allo sciopero indetto dal comitato segreto di agitazione. 

Insieme ad altri scioperanti arrestati, sostò alla caserma Montelungo e partì dalla stazione di Bergamo con destinazione Mauthausen. 

Ciò che ci colpisce della sua vita è il legame con la musica, l’amore per il violino, strumento che portò sempre con sé tanto che abbiamo voluto rappresentare la sua vita attraverso uno spartito musicale. Importante, poi, per tutte le storie qui raccolte, è il figlio di Guido Valota, Peppino, che con caparbietà e determinazione ha cercato e ricostruito la storia e la vita concreta e dolorosa di queste e tante altre famiglie.

Tutti loro, con le loro scelte, apparentemente piccole, hanno fatto la nostra libertà.

La loro memoria ci permette di ricordare che abbiamo diritti che durante gli anni del nazi-fascismo sono stati negati. Oggi grazie al sacrificio di questi uomini e di queste donne,che hanno fatto il nostro passato, possiamo farli valere e dobbiamo preservarli per evitare che gli stessi spregevoli e opprimenti meccanismi si ripresentino negandoci di nuovo ogni forma di libertà. 

Diego Angeli, Elisa Mazzoleni 5^B

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