Solo uniti si può vincere la guerra alla ‘ndrangheta

In questi mesi si è svolta un’importante operazione antimafia che, partendo dalla Calabria, è riuscita a raggiungere tutto il mondo e a mettere in luce le relazioni esistenti da anni tra ‘ndrangheta, politica e massoneria deviata.

A portare avanti questo attacco alla malavita organizzata sono stati la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e i Carabinieri del ROS di Vibo Valentia che, con determinazione e accuratezza nelle indagini, sono riusciti a trarre in arresto più di trecento persone, tra queste c’erano politici e funzionari statali che si sono rivelati legati alla mafia calabrese.

A dirigere l’operazione, denominata “Rinascita-Scott”, è stato un magistrato che, fin dal primo giorno in cui ha messo piede nel suo ufficio, inizialmente nel Tribunale di Reggio Calabria e ora nella Procura di Catanzaro, ha deciso di indirizzare tutte le sue forze verso un solo obiettivo: restituire la dignità alla sua terra, dichiarando una guerra senza esclusione di colpi alla ‘ndrangheta.

Questo magistrato è Nicola Gratteri e, proprio a causa di questa operazione, ora si trova in forte pericolo.

Sono orgoglioso di presentare ai lettori di questa pagina una figura fondamentale come quella del dottor Gratteri e mi piacerebbe che la sua storia fosse più conosciuta e raccontata dai giornalisti e dai media.

In effetti, in questi mesi, nonostante un concreto pericolo per il giudice della Locride, pochi sono stati i mezzi di comunicazione che hanno parlato di lui e mi rendo conto che l’argomento, specialmente nelle regioni settentrionali, è ancora poco conosciuto.

La causa di questa ignoranza è da ricercarsi principalmente nella convinzione che la mafia sia un problema che rimane circoscritto alle città del Mezzogiorno, dimenticando così l’evidente radicazione che la criminalità organizzata, specialmente la ‘ndrangheta, ha anche nel Nord ed in particolar modo nella regione più ricca, la Lombardia.

Non voglio, però, dilungarmi a spiegare cosa sia la ‘ndrangheta o come questa sia potuta diventare la mafia più potente d’Europa: per informarsi su questo fenomeno, basta leggere uno dei tanti libri sull’argomento, guardare il telegiornale o, semplicemente, digitare questo sostantivo dialettale, che per molti è impronunciabile, su un qualsiasi motore di ricerca.

La mia intenzione è piuttosto quella di presentarvi la ‘ndrangheta per mezzo di chi ha deciso di dedicare la sua vita a combatterla e, come molti oggi e prima di lui, corre il rischio di rimanere solo contro un mondo invisibile ed impenetrabile, che non lascia nulla al caso.

Nicola Gratteri nasce nel 1958 a Gerace, una cittadina che sorge all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte e che accoglie ogni anno numerosi turisti grazie alla sua impostazione ed al suo fascino tipicamente medievale.

Conseguita la maturità scientifica, decide di intraprendere gli studi giuridici presso la Facoltà di Giurisprudenza all’Università di Catania, in Sicilia, preferendola all’Università di Messina, dove si erano iscritti numerosi compaesani ed amici d’infanzia.

Porta a termine gli studi in quattro anni; due anni dopo entra in magistratura e decide di impiegare tutte le sue forze per contrastare uno dei mali più grandi e radicati che hanno distrutto la sua terra e messo in ginocchio il suo Paese, la ‘ndrangheta.

Decide di farlo attraverso la forza delle leggi e della cultura: per questo da anni si impegna ad abbattere i muri dell’ignoranza attraverso conferenze ed incontri nelle scuole di tutta Italia e pubblicando, insieme ad uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta al mondo, Antonio Nicaso, molti libri di successo sul tema.

Citando una frase di Valerio Massimo Manfredi, famoso archeologo e scrittore, “più grande è il potere di una persona più forte è l’invidia nei suoi confronti, più grande è il suo valore più forte è l’odio”.

Dai fatti emersi, quindi, Gratteri deve essere un giudice ed un uomo di grande valore, infatti, dopo soli tre anni di lavoro, appena trentenne, viene messo sotto scorta: si è già fatto odiare dalla ‘ndrangheta, che non dimentica mai un suo nemico.

Nel 2005, dalle intercettazioni di due appartenenti all’organizzazione criminale più potente d’Italia, se non d’Europa, emerge la volontà di eliminare il magistrato, il quale, paragonato dai malavitosi a Giovanni Falcone, viene definito “un morto che cammina”. Le prove che la ‘ndrangheta non perdona non tardano ad arrivare: qualche giorno dopo, nel porto di Gioia Tauro, viene ritrovato dai carabinieri del ROS un carico contenente un arsenale, che sarebbe dovuto servire per mettere a tacere Gratteri.

Nel 2009 viene nominato Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Reggio Calabria e, nel 2013, il Presidente del Consiglio Enrico Letta lo inserisce nella task force per la lotta alla criminalità organizzata. L’anno successivo il nuovo Capo del Governo, Matteo Renzi, nomina Gratteri Presidente della commissione per l’elaborazione di proposte normative in tema di lotta alle mafie.

Quando, nel 2016, Antonio Lombardo termina la sua carriera lavorativa e raggiunge la pensione, il dottor Gratteri prende il suo posto e diviene Procuratore della Repubblica di Catanzaro. Il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) lo nomina per questo incarico con procedura d’urgenza e viene votato all’unanimità.

A gennaio del 2018 Gratteri coordina l’operazione “Stige” che porta all’arresto di 169 persone per vari reati legati all’attività mafiosa e che si traduce in 66 condanne e 38 assoluzioni per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato. Il giorno dopo un giornale calabrese descrive così l’impresa che, di fatto, ha confermato l’impianto di accusa di Gratteri:

Questa la decisione adottata dal gup distrettuale di Catanzaro, Giacinta Santaniello, a conclusione del processo con rito abbreviato scaturito dall’operazione Stige, condotta dalla DDA di Catanzaro contro la cosca Farao-Marincola di Cirò, nel Crotonese, nel gennaio del 2018 e che vedeva alla sbarra esponenti del clan, imprenditori e politici locali. Il giudice, in alcuni casi, ha comminato pene anche più pesanti di quelle richieste dal pubblico ministero”.

Pochi mesi fa, a dicembre del 2019, Gratteri guida una mega operazione che ricostruisce i legami tra la ‘ndrangheta, la politica e la massoneria deviata; l’inchiesta colpisce tutto lo stivale da Nord a Sud e si estende anche all’estero. Il giornale “Antimafia 2000” definisce come un terremoto giudiziario l’inchiesta che porta sul banco degli imputati più di 330 persone. L’indagine si è quindi conclusa con 260 persone in carcere, 70 agli arresti domiciliari e con 4 divieti di dimora.

Dopo l’operazione che ha cancellato le ramificazioni della ‘ndrina Mancuso nella provincia di Vibo Valentia, i cittadini hanno ringraziato in diversi modi le istituzioni per l’impegno e la determinazione dimostrata, un esempio è stato l’applauso di molte persone di fronte alla caserma dei Carabinieri indirizzato ai militari che hanno messo in atto il blitz.

Tuttavia, se una parte della Calabria e dell’Italia dimostra il suo affetto ed il suo appoggio nei confronti di chi vive solo per garantire un presente ed un futuro migliore a tutti noi, vi è l’altra parte di popolazione, quella che si arricchisce sulle spalle degli onesti, che risponde prontamente al fuoco. Nel vero senso della parola, purtroppo.

Nicola Gratteri è in pericolo, lo è ora e – se non si agisce in questo momento – poi potrebbe essere troppo tardi, come è già successo troppe volte.

Varie intercettazioni fanno pensare al rischio di un attentato al giudice della Locride e, addirittura, secondo alcune fonti, potrebbe esserci già un killer disposto a portare a termine l’incarico.

Tuttavia si può fare qualcosa, e va fatta questa volta: se è vero che la storia insegna, questo è il momento per mettere in pratica la lezione appresa.

Attualmente Gratteri e la sua famiglia non si spostano su semplici auto blindate, ma viaggiano a bordo di suv corazzati; sono stati pensati dei percorsi più sicuri per i loro spostamenti e la scorta è stata raddoppiata, ma queste misure non sono sufficienti contro un’organizzazione che si è infiltrata negli anni nella politica, nella pubblica amministrazione e anche nella magistratura.

Serve l’azione decisa ed immediata di tutta la fazione onesta e sana delle istituzioni statali e l’appoggio attivo dei cittadini di ogni città, perché un soldato, da solo, non può fare la guerra.

La prima arma che abbiamo è la protesta, bisogna poter camminare a testa altaanche di fronte a chi, per mezzo della paura, esercita il suo potere e detta le sue regole; ma, per alzare un grido contro un sistema così complicato, c’è necessità di unione: tutti i cittadini onesti hanno il dovere morale e civile di informarsi e schierarsi, non esistono vie di mezzo, in queste circostanze.

In secondo luogo dobbiamo parlarne: la prepotenza si esercita sulla paura e la paura è frutto dell’ignoranza, per questo dobbiamo sapere che possiamo cambiare, che tutto può cambiare, però si deve essere uniti, perché è l’unione che fa la forza, da soli non si può fare niente.

Inoltre dobbiamo mutare la nostra mentalità, perché la sottomissione alla mafia, al potere, è il risultato di anni di errato modo di pensare: solo lo Stato è sovrano e si deve impegnare a portare avanti iniziative sane per i cittadini, si devono eliminare tutti coloro che, nascondendosi dietro il potere delle istituzioni, sono corrotti e infedeli. Dal potere devono derivare grandi responsabilità, non infiniti privilegi.

Nelle scuole si deve diffondere l’ideale di un mondo in cui le cose possono davvero cambiare, anzi DEVONO cambiare. Dobbiamo costruire le nostre idee e,per farlo, è essenziale informarci e dialogare: i muri hanno sempre causato danni e prima o poi dovranno essere abbattuti, la mafia si nutre del consenso popolare e noi dobbiamo lasciarla a digiuno.

Senza il favore del popolo, ogni dittatura è destinata a finire, anche la mafia presto svanirà, se decideremo di non assecondarla.

Questo deve avvenire con l’aiuto di tutti, da Trieste a Messina, perché questa piaga riguarda tutta l’Italia, solo allora gli sforzi di coloro che hanno dato – non perso – la loro vita per questo Paese saranno ripagati.

Si sente dire spesso che l’unico modo per colpire davvero le organizzazioni criminali sia quello di denunciare, io vorrei aggiungere che, prima di denunciare, bisogna unirsi saldamente e sostenersi in maniera reciproca in questa battaglia, essere compatti è l’unico modo per battere il nemico.

Come lo stesso Gratteri sostiene, la ‘ndrangheta opera nei centri in cui gode di uno strisciante consenso diffuso che la rende ancora più forte.

Il mafioso persegue il potere, ma gran parte del suo potere glielo danno gli altri.

Per questo motivo non dobbiamo abbassare mai la guardia e dobbiamo ragionare sempre sulle scelte che facciamo, perché, in certi casi, non si torna indietro.

Marco Costa – 4^E

2 risposte a "Solo uniti si può vincere la guerra alla ‘ndrangheta"

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  1. Complimenti per l’articolo pubblicato. L’argomento è stato trattato in modo molto chiaro e
    incisivo.
    Lo scritto lascia trapelare un forte coinvolgimento emotivo, che si traduce in precisi suggerimenti di condotta per ognuno di noi: è un forte richiamo all’azione.
    Come scrive Marco , solo un esercito dì cittadini consapevoli ed uniti potrà contrastare ogni forma di organizzazione criminale.

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