27 gennaio 2021. Bergamo, tra numeri crudi e storie di solidarietà.

I numeri crudi.

Nella nostra provincia ci furono 44 ebrei deportati nei campi di concentramento nazista. I loro nomi e le loro caratteristiche le troviamo nel database della Shoah italiana. Molti erano confinati o sfollati arrivati da vari paesi europei per cercare un luogo più sicuro. La caccia agli ebrei a Bergamo era iniziata nell’ottobre del 1943, soprattutto ad opera della Guardia nazionale repubblicana, più che dei tedeschi. Dei 44 catturati 21 femmine e 23 maschi; 25 erano nati in Italia, 19 all’estero. Tra questi 5 erano minorenni quindi al di sotto dei 18 anni e due bambini di 3 e 7 anni.

Auschwitz fu la meta principale dei deportati: in 17 qui persero la vita. Ci furono otto convogli che partendo dalla stazione di Bergamo portarono i prigionieri nei vari campi: il primo partì il 3 dicembre 1943, l’ultimo il 24 ottobre del 1944. 

Riportiamo brevemente la storia della famiglia più numerosa, tra quelle deportate da Bergamo: la famiglia Levi di Ambivere. 

Il padre era titolare della farmacia del paese; era un personaggio conosciuto, schierato con il regime, al punto che aveva sostenuto la campagna “oro per la patria” allo scoppio della guerra. Tutto questo non gli bastò per evitare alla sua famiglia l’atroce destino della deportazione. Lui morì di malattia l’8 ottobre 1943. Il primo dicembre, il maresciallo dei carabinieri di Ponte San Pietro si presentò ad arrestare le sette donne della famiglia Levi: la moglie, le tre figlie, le due sorelle del farmacista e la sorella della moglie. Solo Laura, la seconda figlia, riuscì a sopravvivere: per una febbre altissima era stata ricoverata in infermeria. Venne liberata e ritornò ad Ambivere continuando la gestione della farmacia di famiglia e raccontando la sua terribile storia. Morì il 10 gennaio 1984, a 61 anni.

Ci sono, però, anche storie di solidarietà.  

In un piccolo paese nella Bergamasca, più precisamente ad Ama di Aviatico, a partire dall’estate del 1943 la gente del paese accolse e nascose 17 Ebrei.

Veduta d’epoca della piccola cittadina

Ma dove? Queste 17 persone furono nascoste principalmente in case disabitate lontane dal centro e a volte nel bosco o in hotel con documenti falsi. 

Ma chi sono questi 17 ebrei? Furono tre le famiglio nascoste: la famiglia Iachia di La Spezia (8 persone, più uno zio), la famiglia dei Lascar di Torino (4 persone) e altri 4 cugini Lascar che provenivano da Genova. Poi ci sono altre persone, non identificate ma che la popolazione ricorda per i nomi propri o per i lavori che svolgevano, ad esempio c’è Gina che faceva la sarta con suo marito.

Ma oltre a nasconderli, come li proteggevano dalle ronde nazi-fasciste? Tutti collaboravano dalla maestra al parroco; all’albergo Tre Corone, dove c’era l’unico telefono del paese, arrivava una telefonata di una persona fidata da Bergamo che avvertiva con una sola parola: “arrivano”, allora i giovani caricavano i bambini ebrei in spalla e li portavano in una località di nome Predale dove si rifugiavano anche i renitenti alla leva ed alcuni partigiani. Cessato l’allarme si ritornava nel paesello.

La cosa particolare di tutta questa storia è che la gente del paese ha tenuto nascosto questa vicenda per generazioni, fino a quando per caso, nel 2016, il professore Mattia Carrara della piccola cittadina di Ama durante una passeggiata si fermò a conversare con una vecchietta del posto; ella, ricordando al sua infanzia, espresse il desiderio di ritrovarsi con la sua amica ebrea, Elsa. Da questa vicenda è partita la ricostruzione di questa opera di bene fatta col cuore e in silenzio dai cittadini della nostra provincia.

Fonti: S. Casati, Ebrei a Bergamo 1938-1945; https://comunediaviatico.it/notizie/337860/giusti-ama#descrizione

Classe 4B

Una risposta a "27 gennaio 2021. Bergamo, tra numeri crudi e storie di solidarietà."

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  1. Grazie di cuore alla classe 4B per l’attenzione mostrata verso il mio lavoro di ricerca durato 2 anni. E’ davvero lodevole e meraviglioso vedere questo profondo interesse e questa cura nel tenere viva la Memoria. Chiedo di citare come fonte il libro “Un rifugio vicino al cielo” perchè è proprio dal libro che si è originato l’articolo analizzato.

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