“La violenza che non fa rumore”

Quante volte ci è capitato nella nostra vita di attribuire alla parola “violenza” un’azione compiuta a discapito di un altro individuo? Abbiamo correlato quella parola ad un gesto o ad una situazione, osservata magari in prima persona, senza andare oltre l’apparenza, senza lasciarci il tempo di comprendere le tante sfumature di sofferenze concrete che essa contiene.

La violenza che non fa rumore” è un atto paragonabile a quello inflitto fisicamente, anzi forse più grave, perchè intacca ciò che ci rende vivi: la nostra mente.

Per questo difenderci dalla ”violenza psicologica” ha forse un valore ancora più grande. In prossimità della ormai passata giornata mondiale contro alla violenza sulle donne, vorrei sottolineare quanto la psiche umana, a volte, possa passare persino volutamente inosservata agli occhi di chi finge di non vedere, chi finge e non ammette.

La violenza psicologica è qualcosa di reale: un vero e proprio abuso emotivo.

Così la definisce l’antropologa Franciose Heritier:

“Ogni costrizione di natura fisica, o psichica, che porti con sé il terrore, la fuga, la disgrazia, la sofferenza o la morte di un essere animato; o ancora qualunque atto intrusivo che ha come effetto volontario o involontario l’espropriazione dell’altro, il danno, o la distruzione di oggetti inanimati”.

Franciose Heritier, 1997

La violenza psicologica è una forma di violenza subdola e meschina, un maltrattamento che ha come elemento principale un meccanismo di sopraffazione che nel tempo mina il valore personale, il senso di identità, la dignità e l’autostima di una persona.

Abbiamo ancora il coraggio di nascondere la verità? Pensiamo che questo fenomeno non sia reale? Ebbene vi sono parecchi segnali nelle persone che la subiscono che dovrebbero metterci in allarme.

Possiamo avere parecchi segnali, di varie intensità a seconda degli individui presi in considerazione. Una cosa è certa, non si verifica tutto in un ”singolo episodio”, spesso questa violenza si protrae, cresce ed aumenta come un virus insidioso, fino a logorare internamente. Si presenta infatti nel tempo come un modello comportamentale ricorsivo e la caratteristica di ripetitività spiega l’impatto psicologico sulla vittima.

Le principali forme di abuso psicologico, possono essere riconducibili a queste tipologie:

  • una violenza che provoca ”umiliazione e critica”; basti pensare ad alcuni contesti lavorativi, oppure a più semplici contesti di gruppo, dove l’elemento di denigrazione può essere anche “banale”, come l’abbigliamento o la forma fisica;
  • una violenza che si manifesta come ”controllo”; un perpetuo tentativo di essere sempre presenti nella vita della vittima, la tendenza ad impartire ordini, talvolta con l’aggiunta della violenza fisica, delle incontrollate esplosioni di rabbia fino ad una gelosia patologica; tutti comportamenti spacciati come ”interesse e affetto”;
  • una violenza che genera ”accuse”; come la tendenza ad attribuire colpe insensate, frutto di comportamenti ostili ed ossessivi che comporta alla destabilizzazione della vittima, che in ogni momento, dubiterà delle proprie capacità;
  • una violenza che crea ”isolamento”; dal semplice interrompere l’altra persona mentre parla in contesti formali e informali, all’indifferenza verso un problema ed una richiesta d’aiuto fino ad isolare la vittima, attraverso il discredito presso tutte le persone vicine.
”il mostro della violenza”

Questi comportamenti innescano dinamiche psicologiche che “colpiscono” la vittima che si sentirà impotente e se anche riconoscesse tale violenza, sentirebbe di non avere nessuna arma a disposizione per fronteggiare questa battaglia. Dall’altra parte colui che esercita violenza psicologica sembra non mostrare pietà, perpetrando lo stesso modello relazionale senza sosta. L’abusante infatti continua aggressivamente a ”urlare veleno” mentre la vittima resta paralizzata, senza via d’uscita, testimone di quelle accuse costanti e degli errori apparenti commessi.

Come dovrà sentirsi la vittima, in preda a sé, sconvolto ed alterato, che non riconosce nessun motivo di autostima per se stessa, preda di un’ingiustizia invisibile? Lei stessa proverà vergogna, si sentirà in difetto ogni giorno e ogni momento, incapace di chiedere aiuto, pensando di non meritare attenzioni e cure, provocandosi stress, ansia e depressione.

Ma l’affermazione di tutti di fronte a questa realtà è che bisogna reagire alla violenza!

‘Perché lasciare che gli effetti di attacchi simili facciano parte della propria vita? Quanto tempo continuare a sopportare? Per quanto tempo continuare a permettere di riempire la propria mente e la propria anima di offese, critiche, umiliazioni?’

Se fosse così facile reagire, non dovremmo trovare una percentuale del 31,9%, della popolazione femminile, che almeno una volta nella propria vita, ha dovuto fare i conti, con la violenza psicologica.

Ciò che forse è ancora più grave e che ci sono ancora tanti che fingono l’inesistenza del problema, o lo sottovalutano o ”si girano dall’altra parte”, quasi che quella ”psicologica” sia meno violenza delle altre, lasciando così che chi umilia, offende e condiziona prosperi nell’indifferenza degli altri.

Ma aldilà di quelli che non vogliono ”vedere”, anche noi, che ci riteniamo sensibili al problema, dovremmo chiederci, ”quello che sappiamo, quello che conosciamo, è abbastanza? Ciò che facciamo, può o potrebbe essere d’aiuto alle vittime e/o a noi stessi?”

Spesso ciò che comprendiamo di quello che ci circonda è solo la virgola di un’enorme contesto sociale che dovremmo osservare e analizzare più approfonditamente. Se il contesto sociale e relazionale che ci circonda fosse un libro, possiamo dire che noi ne conosciamo soltanto il titolo. Fingiamo spesso di non vedere, per poca informazione, per mancata ricerca e voglia di conoscere in prima persona ciò che accade intorno a noi, ma provate a pensare…

” e se un giorno, diventassi tu, la vittima?”

Paris Cristina

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