Alle radici della storia per comprendere il conflitto russo-ucraino

Il 24 febbraio del 2022, ha ricoperto il mondo di un velo oscuro, contrassegnato da memorie dolorose, un velo calato sulla popolazione dell’Ucraina che da quel giorno ha vissuto in prima linea la disperazione e l’orrore del passato che ci bussa alle porte. L’annuncio da parte della Russia dell’invasione di un territorio libero, governato da istituzioni autonome, ha tempestato ognuno di noi che, per un attimo, ci siamo sentiti immersi nella stessa oscurità di una pressione già discussa da tempo, in cui si sono svegliate le vittime di questa guerra. Era prevedibile questo nostro presente? O siamo stati fin troppo ciechi di fronte agli innumerevoli segnali che, in tutti questi anni, abbiamo schivato per paura di scottarci troppo? Ciò che sappiamo è che tutte le azioni hanno cause e conseguenze, un cammino disseminato di passi giusti e sbagliati e forse ora dal passo più grande che è anche quello peggiore e drammatico. Il mondo non potrà sempre voltare le spalle, non potrà essere sempre al riparo dalla tempesta, perché ciò che quest’ultimo mese ci ha forse ‘insegnato’’ è che ogni persona su questa terra merita di essere partecipe ma dall’altra deve anche sentirsi tale, non solo di ciò che personalmente lo tocca, ma anche di ciò che poi toccherà tutti quanti, perché, si sa, le conseguenze non sono mai solo quelle che si vedono immediatamente. In questo senso, dunque, proponiamo di rivivere, nella nostra mente, la storia e le radici della Nazione aggredita nelle sue antiche e moderne relazioni con la Russia, che risveglia memorie mai cicatrizzate, ferite aperte che, questa volta, non possiamo evitare di curare. Non si può e non si deve mai semplificare, il primo passo per comprendere resta sempre conoscere. Questa la finalità della storia russo-ucraina che, in questo articolo, abbiamo cercato di ricostruire. 

Cristina Paris

“Qui nacque la Rus”, dicono i russi di Kiev, rivendicando la propria storica ingerenza sull’Ucraina. L’origine dell’espressione affonda le sue radici nel Medioevo. Negli anni del feudalesimo, dell’Italia dei comuni e delle Repubbliche marinare, una miscela di protoslavi, finnici e vichinghi, situati sull’immensa Pianura Sarmatica, cominciano a dare vita ad una comunità, prima eterogenea, poi fortemente omogenea.

Anno 1000. L’omogeneità è rafforzata dall’elemento religioso, grande collante delle identità nella storia, infatti il principe Vladimir I di Kiev impone il battesimo (nel fiume Dniper, lo stesso che oggi taglia in due l’Ucraina) ai suoi sudditi. Nasce così l’ortodossia russa. 

Anno 1240. Un’invasione mette a nudo la vulnerabilità del territorio russo-ucraino. Tatari e Mongoli, provenienti dalle steppe più profonde dell’Asia, invadono e distruggono Kiev, sparpagliando quella miscela di etnie diverse. Nascono gli antichi russi Bianchi, i russi propriamente detti e gli antenati degli ucraini. Il risentimento etnico si cristallizza per molti secoli, tanto che le popolazioni sviluppano un loro sentimento di diversità, in cui l’unico legante rimarrà la religione. 

XV-XVII secolo. I russi tornano a reclamare l’Ucraina. La strategia del futuro impero zarista, comincia con Ivan III il Grande che per primo assume il titolo di “Zar di tutte le Russie” e prosegue fino a Pietro il Grande della dinastia dei Romanov. La strategia è sempre la stessa: in progressiva espansione, incorporare gli stati davanti a sé per schermarsi da potenziali invasioni. 

Anno 1709. La strategia zarista è messa alla prova. La Svezia, grande potenza, attraversa il Mar Baltico per sottomettere la civiltà russa. Viene affrontata in quella “scatola”, l’attuale Ucraina, che aspetta l’invasore per non farlo arrivare a Mosca. A Poltava, regione ad Ovest dell’attuale Charkiv (attuale scenario di guerra), i russi distruggono le ambizioni della Svezia. Russia e Ucraina si legano indissolubilmente.

Inizio XIX secolo. Lo Zar invia coloni russi per popolare il territorio orientale del paese, nel bacino carbonifero del Donbass, nella regione di Sloboda, lungo la costa che va dal Mar d’Azov fino ad Odessa sul Mar Nero.

Prima guerra mondiale. L’Ucraina pensa di farsi indipendente. Contestualmente alla rivoluzione socialista in Russia,  in Ucraina nascono i primi moti secessionisti, l’Armata rivoluzionaria insurrezionale, anarchica, reclamava la volontà di essere indipendente  dall’Armata Rossa dei bolscevichi. La rivoluzione così scatenata, vede la vittoria dei bolscevichi, che oltre a creare l’Unione Sovietica, obliano i reclami indipendentisti dell’Ucraina che diventa una repubblica dell’universo sovietico.

Anni ’30. Iosif Stalin georgiano, leader dell’URSS, per evitare eventuali salti in avanti degli ucraini, con la collettivizzazione forzata delle terre, di fatto impone una lunghissima carestia (nel biennio 1932-33, morirono quasi 4 milioni di contadini ucraini). La storia Ucraina si circoscrive ulteriormente entro quella sovietica. 

Seconda guerra mondiale (mitizzata come la “grande guerra patriottica” nell’URSS). Centinaia di migliaia di Ucraini occidentali (riva sinistra del Dniper), si schierano con l’occupante tedesco, convinti che l’invasione nazista conceda loro l’indipendenza. Si diffondono moti insurrezionali e filoni filonazisti, più in senso di protesta verso l’URSS che per  reali motivi ideologici. 

1946. L’Ucraina, torna direttamente sotto il dominio russo, dentro l’Unione Sovietica.  

1954. Nikita Khrushchev, ucraino nuovo leader dell’URSS, quasia suggellare la ritrovata armonia con l’Ucraina, impone la cessione della Crimea, penisola strategica affacciata sul Mar Nero, togliendola alla Federazione Russa. Gli ucraini, abbandonato l’indipendentismo, diventano coprotagonisti della storia Sovietica, partecipando a tutti i momenti della guerra fredda, nelle sfide tra USA e URSS per il dominio del mondo.

Anni ’80. I russi,  spossati dalla fatica di sostenere un impero così grande, devono abbandonare quella strategia di protezione territoriale, ovvero i “cuscinetti”: Russia Bianca (nel frattempo ribattezzata Bielorussia), Georgia, Azerbaijan, Armenia nel Caucaso, Kazakistan nell’Asia centrale e, soprattutto, l’Ucraina, il più importante dei cuscinetti, non solo per estensione ed elemento strategico, ma anche per sentimento, perchè nel frattempo, nel periodo sovietico, milioni di russi, cosiddetti “piedirossi” si erano trasferito nel paese di Khrushchev, modificandone la composizione etnica. 

Anno 1991. Michail Sergeevič Gorbačëv annuncia la fine di un’epoca. La perestrojka ha fallito. Nasce l’Ucraina formalmente indipendente. Improvvisamente Kiev si trova ad essere più o meno sola nel mondo, con al suo interno due anime differenti, di nazionalità ucraina, ma con uno sguardo del mondo antitetico: l’Ucraina Occidentale (dalla Galizia a Kiev), intenzionata a guardare verso Occidente, ad affrancarsi definitivamente dalla Russia e gli ucraini Orientali, russofoni, non necessariamente russi, intenzionati a guardare verso Mosca. 

Anni ’90. L’incapacità della Russia di imporre la propria volontà, lascia spazio alla crescita dell’indipendentismo ucraino, come mai era accaduto prima.

Fine anni ’90. Mosca non è in grado di imporsi sul contesto, sul suo “estero vicino” su quei “cuscinetti” di antica memoria. Immagina di diventare collaboratrice dell’impero statunitense. L’Ucraina vive questi anni con due anime, senza comprendere fino in fondo dove vogliano arrivare i russi né cosa possano fare. Comincia ad aprirsi al resto d’Europa, almeno nella sua parte occidentale, almeno per alcuni anni.

2000. Vladimir Putin, ex funzionario del KGB, diventa capo del Cremlino. Dopo gli anni difficili e confusi di Boris Él’cin (Eltsin), la rendita energetica consente nuovamente alla Russia di armarsi, di riprendersi quel ruolo di grande potenza, dotata di cuscinetti davanti a sè, a cui la sua comunità, da sempre, aveva aspirato. 

Anno 2004. Le elezioni presidenziali ucraine vedono la vittoria di un candidato filo-occidentale: Viktor Yushchenko, candidato filo-occidentale. I seggi tuttavia, conferiscono la vittoria ad un altro candidato, Viktor Yanukovych, filorusso, russofono, amico personale di Putin. Nasce la prima delle rivolte incentrate su Kiev, la “rivoluzione arancione”, dal colore che indossano i manifestanti. La corte suprema ucraina è costretta a rivedere l’esito del voto. I successivi eventi conducono la nascita di una presidenza filo-occidentale. La traiettoria ucraina sembra segnata. Sta voltando le spalle alla Russia.

Primavera 2008. I membri della NATO, invocano l’ingresso nell’organizzazione di storici cuscinetti russi: la Georgia e l’Ucraina. 

Agosto 2008 (olimpiadi di Pechino). La reazione russa alla possibilità concreta di “perdere” due dei più importanti stati cuscinetto, è dura. Durante le olimpiadi di Pechino, truppe russe  invadono la Georgia, arrivando, dopo pochi giorni, ad un passo dalla capitale. La Georgia deve rientrare nei ranghi, la NATO abbandona da quel momento la formulazione dell’ingresso dei due paesi all’interno dell’organizzazione.

Anni 2010. L’Ucraina continua a stare a metà, contesa tra le due “sponde”, guardando da un lato, verso Occidente, dall’altro, alla Russia. Questa oscillazione ha condotto negli anni successivi a prese di posizione rinnegate e rilanciate. Una di queste, la più densa di conseguenze, è quella del 2014.

Anno 2014. Viktor Yanukovych, già protagonista, dieci anni prima della rivolta del 2004, cerca freneticamente fondi per sostenere un paese povero, distrutto dalla corruzione e dalla fine dell’industria del carbone. Il capo dello stato, benché filorusso, amico di Putin, pensa di associarsi liberamente all’Unione Europea, ma ad un passo dalla firma di un accordo di associazione con il blocco di Bruxelles, cioè l’Europa, su forte pressione russa, Yanukovich ripensa alla sua decisione.

Febbraio 2014. In Piazza Maidan, nel cuore di Kiev, però, esplode la protesta. Migliaia di cittadini, ucrainofoni e indipendentisti, reclamavano nuove lezioni, la fine del regime di Yanukovych e l’associazione all’Unione Europea. Sul piano internazionale, la protesta è sostenuta da tanti paesi: quelli che a lungo erano stati sotto l’influenza sovietica come i paesi baltici, la Polonia, la Romania e non ultimi gli Statunitensi, intenzionati a portare la Nato lì dove i paesi la richiedono, nel tentativo americano di privare la Russia del suo “estero vicino”. La risposta di Mosca è immediata, violenta. Presa la Crimea, penisola strategica che Chruščëv, nelle parole di Putin, aveva in maniera “indebita”, regalato all’Ucraina federata; e con un finto referendum la annettono a sé. Scoppia, sostenuta dalla Russia, la rivolta nelle repubbliche del Donbass (di Luhansk e Donetsk), mai più ritornate sotto la sovranità di Kiev. Ormai privata di parti strategiche fondamentali, e di un’unità territoriale (come richiesto dai parametri NATO), l’Ucraina, è costretta ad abbandonare l’idea di poter entrare a far parte dell’Alleanza Occidentale. 

Il paese, sebbene occupato dai russi, è politicamente schierato con l’Occidente. Kiev continua a reclamare un posto tra i paesi occidentali, la Russia continua a tirarla verso sé. 

Anno 2017. La tensione aumenta, perché l’’Ucraina fa quello che non era riuscita a fare nel 2014: firma un accordo di associazione economica con l’Unione Europea.

Anno 2019. Nasce la Chiesa autocefala ucraina, indipendente da quella di Mosca, distruggendo la tanto reclamata sacralità russa in riferimento a Kiev. È un passaggio importante, per la prima volta anche sul piano morale, sacro e religioso, la volontà ucraina si stacca da quella russa. Contemporaneamente addestratori militari occidentali giungono nel territorio dell’Ucraina occidentale. 

Inizio 2020. È l’anno della pandemia ma l’idea di dover necessariamente recuperare l’Ucraina inizia a diffondersi al Cremlino. 

Fine 2021. I russi mobilitano circa 100.000 uomini tra la Bielorussia e il Donbass, nel tentativo di allontanare il più possibile l’Ucraina dall’Occidente. Le richieste di Putin sono molto esplicite: la “finlandizzazione” (neutralità di fatto e costituzionale) dell’Ucraina; annullando un articolo, nel frattempo inserito nella costituzione ucraina, che ne prevede l’inserimento nella NATO, la smilitarizzazione, il riconoscimento formale della annessione della Crimea e l’autonomia totale delle sedicenti repubbliche del Donbass. Benché gli americani (e non gli ucraini) si mostrano aperti alla trattativa, i contendenti russi pretendono, utopicamente, un accordo scritto, un trattato internazionale. 

Anno 2022. 24 febbraio. Le forze armate russe invadono l’Ucraina. 

In una manovra “a tenaglia” da nord, procedendo dalla Bielorussia, da sud, avanzando dalla Crimea, da est, entrando dal Donbass, immaginano di chiudere velocissimamente la guerra (si illudono anche loro della “guerra lampo”, tutto si ripete), bombardando i principali centri abitati, colpendo le installazioni militari. L’esercito ucraino è molto cambiato, nell’ultimo decennio è stato sottoposto agli addestramenti Occidentali ed è stato armato dalla NATO. Nonostante il numero di soldati russi mobilitato, l’esercito ucraino, che ha imparato a muoversi guerriglia, attacca e rincula, mentre colpisce con i missili anticarro, i tank russi.

La fanteria di Mosca è costretta a coprirsi, e proteggersi dal fuoco nemico. La Russia deve cambiare il canovaccio tattico. La popolazione Ucraina non si arrende, tiene duro e si dispone in formato di guerriglia a sua volta. Continuano i rifornimenti di armi provenienti dall’Occidente, per tutti questi giorni di guerra, attraverso il confine polacco e dalla Romania.

Gli americani si impegnano in forma indiretta, con la consegna degli armamenti e nel fornire intelligence decisiva alle forze ucraine che sanno puntualmente dove si trovano i russi; mentre i russi non capiscono dove si trovano gli ucraini, che peraltro sono quasi sempre assenti nei filmati di guerra. Per questa ragione, Mosca, inizia a cingere le città nel tentativo di stanarli e di affamare la popolazione, conducendola alla resa.

Nelle ore più concitate dell’invasione, Putin rivolge un appello profondamente imperiale a tutte le popolazioni di Russia, e alla popolazione stessa Ucraina, nel frattempo invasa. Putin invita gli ucraini a tornare “a casa”, a tornare sotto l’impero russo, composto, ostenta, da molteplici etnie, alle quali partecipa, sostiene, in maniera uguale.

Le vicende di guerra continuano nonostante la voglia di non arrendersi degli ucraini. Il momento attuale segnala un paese che continua a resistere di fronte l’avanzata lenta, ma comunque costante dei russi, anche se proprio in questi giorni si registra uno stallo. Che cosa vuole realmente Mosca dall’Ucraina? Fin dove può spingersi? Molto sarà determinato dall’evoluzione della guerra. Il primo segnale che arriva da Cherson, dall’assedio ininterrotto di Mariupol, testimonia la volontà della Russia di prendersi l’intera costa del paese; di unire, da un lato la Crimea al Donbass con la città di Mariupol; e, proprio a Cherson, attraverso un referendum annettersi, in stile Crimea, il territorio, il brandello di territorio, che è stato preso e conquistato, prima di spingersi verso la decisiva città di Odessa, nella parte occidentale affacciata sul Mar Nero. La volontà russa è quella di reclamare la neutralità dell’intero paese, e probabilmente di rendere un “cuscinetto diretto” le regioni orientali e costiere dell’Ucraina.

Per ora il governo di Kiev si segnala per voler trattare, ma soltanto in modo minimalista, senza cedere la totale indipendenza ai russi. Mosca sembra invece non volersi arrendere a doversi sedere ad un tavolo senza ottenere il “trofeo massimo”, ovvero il ricongiungimento con il suo satellite-cuscinetto più pregiato.

Nel frattempo le vicende della guerra, già stanno cambiando il mondo. La Germania sta ripensando totalmente il suo approccio al riarmo, ha annunciato di voler spendere per la difesa oltre il 2% del PIL nei prossimi anni. Movimento per il momento accolto con soddisfazione dei paesi europei, tanto che si parla di un aumento della spesa militare anche in Italia. Gli Stati Uniti stanno provando a sostituire il petrolio russo, nel frattempo posto sotto embargo, rivolgendosi, prima alle monarchie del Golfo che le hanno negato aiuto (Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti), quindi, riscoprendo addirittura il regime di Maduro in Venezuela, non più legittimo per gli Stati Uniti, che nel frattempo sostengono il rivoluzionario mancato Guaidó Márquez.

In un contesto come questo assistiamo alla guerra in Ucraina, all’inizio increduli e sgomenti, ma forse di giorno in giorno più consapevoli di osservare la più grave crisi degli ultimi decenni, quella che sta cambiando le vicende e gli equilibri internazionali, lasciandoci il grande dubbio di sin dove possa spingersi la mentalità imperiale russa e che fine faranno le ambizioni indipendentiste ucraine.

Valeria Rossi

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