LA BATTAGLIA ECONOMICA: consumi energetici, sanzioni economiche e riassetti geoeconomici

Il 24 febbraio del 2022, abbiamo assistito non solo all’attacco russo sul territorio ucraino ma anche all’annuncio di grandi cambiamenti negli assetti dell’economia mondiale. Come era logico pensare, la guerra ha evidenziato ulteriormente i punti più critici della nostra dipendenza dalle risorse rinnovabili e non, portando alla luce la drammaticità dei costi sopraelevati da sostenere per il reperimento di ciò che sostiene la nostra società: l’energia.

Ma chi detiene il consumo energetico mondiale?

Secondo le statistiche, oltre a essere i responsabili dei maggiori problemi ambientali, i paesi industrializzati sono anche i maggiori consumatori di energia al mondo; nonostante rappresentino il 15% della popolazione globale, il loro consumo energetico supera il 50% dell’energia consumata in totale.

A ben guardare si scopre che tra i Paesi industrializzati, gli Stati Uniti si classificano al primo posto per il consumo di energia pro-capite. Solo negli USA vengono consumate 2297,8 MTEP all’anno, mentre nel nostro territorio, un cittadino medio consuma meno della metà di un abitante degli Stati Uniti, ma anche il consumo italiano resta comunque altissimo.

Il consumo energetico, secondo quanto riportato nel BP Statistical Review, nel mondo è cresciuto rapidamente a partire dal 2018, a causa dello sfruttamento sempre maggiore di gas naturali e fonti energetiche rinnovabili evidenziando che la distribuzione della popolazione mondiale non rispecchia affatto la distribuzione del consumo energetico. Infatti, la Cina, gli Stati Uniti e l’India insieme sono responsabili dei ⅔ dell’aumento mondiale della domanda di energia. Tra questi continuano a distinguersi gli Stati Uniti, dove il consumo di energia primaria è aumentato ad una velocità record per 30 anni consecutivi, senza mai diminuire.

Se guardiamo alla storia del secolo scorso, i consumi mondiali di energia primaria si sono rallentati solo durante il periodo delle crisi energetiche, avvenuto negli anni ‘70 e nel periodo della crisi economica globale del 2008.


In questo quadro, i combustibili fossili sono e rappresentano la fonte principale da cui si trae energia; ben oltre 80% del fabbisogno energetico complessivo è rappresentato da petrolio, carbone e gas metano. A ciò si deve aggiungere che si verificherà un aumento della richiesta di queste materie prime soprattutto nei paesi emergenti ed in via di sviluppo, determinando non solo la dipendenza dai combustibili fossili (in continuo aumento) ma anche la relativa preoccupazione per l’aumento della percentuale di inquinamento, rendendo il tema legato allo sviluppo del fabbisogno energetico del futuro un elemento di forte attualità a livello globale.

A livello ambientale, limitare il consumo e l’utilizzo energetico sono i primi passi da fare per evitare la fine del mondo o almeno posticiparla.

A livello economico, invece, la guerra ha assestato un colpo all’Italia, ma anche a tutto il resto del mondo, che è esposto al commercio con Mosca in molti comparti e sembra allontanare, dalle discussioni politiche, l’aspetto ambientale del consumo energetico. 

Spesso l’economia si misura in statistiche e, se guardiamo solo a quelle, sembrerebbe che il mondo potrebbe facilmente prescindere dall’economia russa. In termini assoluti, infatti, l’economia russa vale 1,5% di quella mondiale ed il suo export, intorno ai 400 miliardi di dollari annui, non supera il 2% del totale globale.

Ma se guardiamo ai rapporti reali con il nostro Paese, l’economia russa occupa una porzione rilevante nel nostro orizzonte economico. Nel gennaio del 2022, eravamo la quinta destinazione dell’esportazioni russe: con una quota del 4,8%, Mosca veniva subito dopo Germania e Francia. Eravamo anche il settimo fornitore del paese, con una quota del 3,3%. Ma guardando le cifre, noi esportavamo dalla Russia per 14 miliardi e importavamo in Russia per 7,7 miliardi, circa la metà.

In realtà per comprendere i rapporti tra nazioni, dentro l’economia globale dobbiamo tener presente interazioni, costrizioni geografiche, disponibilità di risorse, specializzazioni produttive e strategie geoeconomiche. Se noi in Russia esportiamo beni di lusso, frutta e verdura, la Russia ci vende fonti di energia fondamentali per le nostre produzioni.

Veniamo agli effetti della guerra.

C’è da ricordare che la guerra va di pari passo con l’escalation economica, infatti alle sanzioni del 2014 (a causa dell’annessione della Crimea alla Russia), l’Europa pensa di “spegnere” il conflitto attraverso l’economia, vediamo come: 

  • il 25 febbraio del 2022, viene esteso il divieto di finanziamento alle principali banche russe e alle imprese pubbliche di cui è stata vietata anche la quotazione Europea;
  • Alle banche europee è proibito accettare depositi superiori a centomila euro da soggetti russi, nonchè erogare loro servizi finanziari;
  • È bandito l’export di materiali a uso duale (civile-militare);
  • Espressamente vietati, nell’elenco dei destinatari russi, intelligence, istituti di ricerca militare, società dei settori chimico, navale, difesa e aerospazio;
  • Vietato anche fornire tecnologie per la raffinazione del greggio e relativa assistenza tecnica, vendere aerei e loro pezzi di ricambio.

Le entità russe sanzionate sono in tutto 725, ma è solo l’inizio perché il 28 febbraio un secondo ‘’pacchetto di misure’’ congela riserve e asset della Banca centrale russa e di ogni altra entità che operi per suo conto, in concreto, i soggetti sanzionati salgono a 772

Successivamente il 1° marzo, un terzo ‘’pacchetto di sanzioni’’ esclude altre sette banche russe dal sistema di messaggistica Swift vietando, inoltre, l’esportazione di euro in Russia e nuovi investimenti in progetti finanziati dal Russian Direct Investement Fund, il fondo sovrano della Federazione, al fine di “affamare” la Russia che fa i suoi pagamenti in euro o dollari. 

Il 9 marzo, sono state inasprite anche le misure per la Bielorussia, bloccando l’export di beni e tecnologie per la navigazione marittima, infine, il 15 marzo, arriva l’ultimo provvedimento, ma anche quello con maggiori conseguenze per noi:

  • Il settore energetico, precedentemente escluso viene adesso sanzionato, preservando però il trasporto di combustibili fossili verso L’Europa;
  • Si vieta inoltre di concedere prestiti e fornire servizi finanziari a tutti gli attori del settore energetico;
  • Viene proibito importare e trasportare alcuni prodotti del ferro e dell’acciaio ‘’Made in Russia’’.
  • Proibito l’export di prodotti di lusso europei onde penalizzare gli oligarchi pro Putin (come cavalli, caviale, tessuti, alcol, sigari, veicoli, opere d’arte, abbigliamento, tessuti, calzature, gioielli, elettrodomestici, veicoli, ecc).

Ma le severe restrizioni sull’importazione dalla Russia, fanno intimorire le nazioni che dipendono strettamente dai combustibili fossili che provengono proprio dalla Russia, mentre il persistente blocco delle riserve bancarie russe all’estero, spinge questi ultimi a cercare altri acquirenti dei loro combustibili e del loro gas. 

Questo, insieme ai rincari del trasporto marittimo, rischia di alimentare l’impennata delle materie prime

Per comprendere l’impatto economico sull’Italia, basta osservare l’interscambio commerciale Italia-Russia nel 2021. 

Un quadro generale mostra la complementarità delle due diverse economie.

Come accennato prima, l’Italia, vanta una forte vocazione manifatturiera, ma è povera di materie prime vivendo del valore aggiunto di produzioni ed export. Quella russa, invece, è specularmente opposta, ricca di materie prime ma meno capace dal punto di vista manifatturiero. I principali prodotti italiani esportati in Russia sono stati macchinari e apparecchi (28%), tessili e abbigliamento (17,5%), prodotti chimici (9,4%), alimentari, bevande e tabacco (8,3%), prodotti in metallo (7,5%) e altri prodotti manifatturieri (6,5%), mentre a essere importati dalla Russia erano soprattutto materie prime minerali (60%), metalli (23%), carbone e prodotti petroliferi raffinati (9,5%), sostanze chimiche (2,3%).

Nel 2020, gli investimenti italiani in Russia ammontano a 1,3 miliardi di euro, una cifra non indifferente. A fine del 2017, erano presenti in Russia circa 660 imprese italiane operanti in particolare nel settore energetico, automobilistico, agroalimentare e delle telecomunicazioni con ben oltre 39 mila dipendenti ed un fatturato complessivo di quasi 9 miliardi di euro

In aggiunta abbiamo anche l’esposizione agli acquisti russi di prodotti italiani fabbricati in Italia ed esportati, o fruiti dai turisti. Nel 2019, il turismo russo ha visto in Italia 5,8 milioni di presenze e speso 2,5 miliardi di euro

Cenno a parte, meritano il settore bancario ed energetico. In Russia, sono presenti Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mediobanca, con le prime due a fare la parte del leone. 

A fine del 2021, l’esposizione bancaria italiana verso la Russia ammontava a circa 25,3 miliardi di dollari (la più alta al mondo dopo la Francia, Austria, Stati Uniti, Giappone, Germania, Paesi bassi e Svizzera). L’esposizione verso il territorio Russo, vale circa il 4% degli impieghi dell’istituto. 

Ma è guardando all’energia che emerge la sistematicità dei rapporti economici tra Italia e Russia. 

A generare un ulteriore fattore di dipendenza è il fatto che abbiamo incentrato la nostra transizione ecologica intorno al gas come combustibile di transizione per eccellenza dai fossili alle rinnovabili (come nel primo grafico) puntando sulla Russia come fornitore primario di questa risorsa non rinnovabile (come nel secondo grafico) in quanto la Russia per prossimità geografica e presenza di infrastrutture (come gasdotti) rappresenta per noi una garanzia di economicità.

Solamente a seguito dell’emergenza ‘’guerra’’, si comincia a parlare del coordinamento europeo sugli acquisti e stoccaggio delle materie prime. Attualmente importiamo il 77% dell’energia che consumiamo, metà della quale è gas importato da Algeria, Libia, Azerbaigian e Qatar e soprattutto dalla Russia da cui  ne proviene circa il 45% ora anche a costi maggiori di quando si era cominciato ad acquistarlo.

Ora, se guardando le statistiche è facile cambiare i nostri fornitori, lo è meno se guardiamo le interdipendenze create dall’economia globale. I paesi del Mediterraneo, a reddito medio-basso sono grandi importatori di grano e cibo in generale, ed è chiaro che le implicazioni della guerra avranno implicazioni forti nelle economie ma anche in generale sulla stabilità di quei paesi. Come potremo noi sostituirci a quei fornitori di grano e cibo? Un esempio vicino a noi, può essere l’Egitto con il quale si cercano accordi economici per la fornitura di energia, ma che chiaramente subirà notevoli ripercussioni economiche (e sociali) dato dalle ingenti importazioni del grano russo.

Ma ritornando all’Europa, per risolvere il problema energetico, i paesi europei hanno l’obiettivo di ridurre in due-tre anni le importazioni annue di gas russo da 155 milioni di metri cubi (m3) a 55 miliardi. 

Come cercheranno di fare ciò?

Sfrutteranno il gas naturale liquefatto (gnl) dal Qatar, Stati Uniti, Egitto e Africa occidentale che fornirebbe circa 50 miliardi di m3 , portando la produzione di biometano a circa 3,5 miliardi di m3 accrescendo in tal senso le rinnovabili per sostituire quasi 23 miliardi di m3 di gas russo con eolico e fotovoltaico, da impiegare soprattutto per le industrie altamente energivore come le acciaierie o cementifici.

In questo momento, però, i paesi europei si muovono ognuno per sé, in particolare sul fronte del gas, cercando di siglare contratti con fornitori “corteggiati” da molti e con operatori delle poche navi rigassificatrici a cui vari paesi dovranno ricorrere per integrare capacità nazionali esigue.

Ma anche puntare sulle rinnovabili non è facile e soprattutto non si realizza in autonomia. I materiali per produrre pannelli fotovoltaici, rotori elettrici, magneti permanenti e accumulatori nonché la microelettronica, necessitano di materie prime critiche (come terre e metalli rari) di cui al momento la Russia detiene moltissime risorse, insieme a Cina, Africa centrale e America Latina. 

Saper accedere a tali materie prime e successivamente trasformarle, determinerà il futuro delle nostre transazioni energetiche che, però, oggi più di ieri, oltre all’elemento ecologico ed economico, devono tener presente il rischio geopolitico. A proposito di questo c’è da ricordarsi che il continente africano si è fortemente legato, negli ultimi dieci anni, alle economie russe, cinesi e turche. 

Nell’immediato, l’aumento dei prezzi di gas e petrolio, favorisce i paesi produttori come l’Arabia Saudita, l’Iraq ed il Qatar le cui risorse derivano prevalentemente dagli idrocarburi. Poi vi sono paesi che oltre alla produzione di idrocarburi esportano anche materie prime rese scarse dalle sanzioni:

  • Sudafrica: produttore di palladio (additivo della benzina verde che ci permette di usare le marmitte catalitiche), platino, oro e diamanti;
  • Indonesia e Filippine: primo e secondo produttore mondiale di Nickel (necessario alla lavorazione degli acciai);
  • Australia e Canada: entrambi grandi produttori di grano e metalli, Il Canada comprende anche la produzione di potassio per i fertilizzanti nonchè di olio e semi di lino usati nei mangimi animali in alternativa all’olio di girasole.

Resta però il nodo dei rifornimenti alimentari, le cosiddette commodities agricole di cui appare difficile colmare l’ammanco ucraino e russo in base a due considerazioni principali: se da una parte la penuria di alcune materie prime indotta dalla guerra ucraina giova a svariate economie in via di sviluppo già provate dalla pandemia degli ultimi anni, dall’altra questi effetti positivi possano essere vanificati o fortemente ridimensionati dall’inflazione che investe quasi tutto il mondo. 

Ad oggi, le economie europee, relativamente povere di risorse naturali ma legate alla trasformazione, vivono del valore aggiunto di ciò che producono ed esportano usando materie prime altrui, riuscendo per il momento a prevedere una instabilità economica che però, prima o poi, ci toccherà. Allo shock dell’offerta indotto dalla penuria di materie prime dunque potrebbe sommarsi un’inflazione in gran parte esogena sommata a una nuova recessione.

Resta solo da capire un punto cruciale, se gli stati europei avranno la capacità e le strategie economiche per ‘’salvare la propria economia’’ ed allo stesso tempo, ‘’salvare il nostro pianeta’’.

*Grafici e tabelle sono estratti dall’articolo “Non di solo gas. Chi sta vincendo e chi perdendo nella nuova geoeconomia” di F. Maronta in Limes, La fine della pace, n.3, 2022

Paris Cristina 5^B

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